malcompresi:

vogliosoloessereforte:

'Tutte le sfumature del mare'

Non so se si nota la mia enorme voglia di fare cose produttive.

IL MIO POST PREFERITO CAZZO CHIUNQUE L’ABBIA CREATO VOGLIO CONOSCERLO.

(via senzaregoleoltreognilimite)

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25 maggio, il tuo primo messaggio. Non ci siamo conosciuti come fanno i grandi amori, ci siamo conosciuti come si conosco la maggior parte degli adolescenti adesso, dopo esserci riempiti di notifiche, ecco lì il tuo “Ciao :)” su facebook. Ricordo ancora cosa ho pensato leggendolo: finalmente. Era da un po’ che guardavo perennemente le tue foto, ho desiderato il tuo messaggio e finalmente era arrivato. Ci siamo scritti ogni giorno, sempre. Eravamo dolci, troppo a volte.
Io non amavo la dolcezza, ma tu me la facevi amare. I sorrisi che ho sfoggiato grazie a quei messaggi, li ricordo ancora. 31 maggio, siamo usciti per la prima volta. Dire che ero imbarazzata é poco. Non parlavo molto, tu invece avevi fiumi di parole che uscivano dalle tue labbra. Ricordo il tuo sorriso, credo fosse la prima cosa che ho amato di te. Ricordo anche le frasi che dicevi quando non sapevi che dire, “e tante cose belle”, “Il ché è meraviglioso”. Mi facevano ridere, come mi faceva ridere il nomignolo che usavi con tutti, “bestia”. Tu eri la mia Bestiolina, eri.
Dopo l’uscita dovevamo vederci alla festa, mi ricordo che mi chiamasti per sapere se c’ero ancora. Quando ci siamo trovati in pista, non ci siamo considerati molto. Ma più tardi, eccoci a ballare insieme. “Vieni con me a prendere qualcosa da bere?”, dissi di si. Ricordo la faccia della mia amica quando l’abbandonai per venire con te, rideva. Sapeva già tutto, sapeva come sarebbe andata a finire quella sera tra noi due.
Era passata la mezzanotte da un bel po’ ormai, era l’1 di giugno quando mi baciasti per la prima volta. In mezzo alla pista, tra tanti scalmanati, c’eravamo noi, abbracciarti, a baciarci.
Siamo usciti ogni giorno, da quel giorno. Eri la vittoria in una vita di sconfitte, per me. Eri l’arcobaleno dopo la tempesta. La felicità. Eri mio, ero tua, eravamo uno dell’altra. Amore, così decisi di chiamarlo. Il 3 giugno mi chiedesti “Vuoi essere mia, per sempre?”, facevi sempre il sicuro di te, quello mai timido. Ma io ricordo ancora come me lo chiedesti, sembravi un bambino, piccolo, indifeso, intimidito. Da me? Dall’amore, pensai. Mi dicevi che era la prima volta per te, che provavi quelle cose. E anche se ora siamo finiti, io ci credo ancora che era la prima volta. Una volta venisti alle 11 di sera sotto casa solo perché ti mancavo. E io scesi, nonostante le urla di mia madre. Mi mancavi anche tu, mi manchi anche adesso. Ricordo quando mi abbracciasti, non ti volevi più staccare. Dicevi “voglio stringerti per sempre”, dove sei ora?
Ricordo anche i tuoi “ti amo” nel bel mezzo di una conversazione, “perché ora me lo dici?”, ti chiedevo. “Non lo so, avevo bisogno di dirtelo”, dicevi. Erano autentici mi dicevi, perché non erano forzati, ti venivano dal cuore.
Ricordo quando persi la mia verginità con te, su quella panchina. Ricordo le risate di quel giorno, il giorno migliore della mia vita lo chiamai. “É una cosa seria e tu ridi”, mi dicesti. Ma ridevi, mi guardavi ridere e ridevi. Fu così, andò così. Due adolescenti innamorati che ridono, mentre fanno quello che fanno due adulti.
Passarono i giorni, e arrivò il giorno in cui litigammo. Mi lasciasti.
Ricordo che uscimmo lo stesso insieme, da soli. Piangevo, mi abbracciavi. Hai fatto di tutto per farmi ridere e ci riuscisti. Mi abbracciavi continuamente, mi dicesti “scrivimi”, ma non lo feci. Piansi, per due giorni, nella mia camera, da sola. Poi arrivò il tuo messaggio, ti mancavo. Mi mancavi anche tu, mi manchi. Ci vedemmo il giorno dopo, ci baciammo. Tornai a casa, felice. Ma non eravamo tornati insieme, non ancora. Non ci sentimmo per giorni. Poi ti scrissi, non era davvero significato niente quel bacio per te? Te lo chiesi, chiaro e tondo, “Provi ancora qualcosa per me?”. “Credi davvero sia così facile dimenticarti?”, dicesti. E ti amavo, mi amavi. Lunedì mi scrissi, non ce la facevo più. “Mi manchi” “Te lo stavo per dire anch’io…”
Ci vedemmo la mattina stessa.
Ricordo quella mattina.
Ultimo bacio, ultima volta che abbiamo fatto l’amore. E mi eri mancato da far schifo, finalmente ero tra le tue braccia.
Ma ora sto piangendo, mi manchi.
Non tornerai questa volta, non ci sarà un altro ultimo bacio, ultimo abbraccio.
Questa volta, mi mancherai per sempre.
E ti amo, nonostante la bile che sto ingoiando adesso.
E ti amerò, nonostante tu hai smesso di farlo.
Sei stato la cosa più bella che mi sia mai potuta capitare.
Amore, lo chiamai. Amore, lo chiamo ancora.

Messaggi che non ho mai inviato… E quanti ho ancora, che parlano di te. (via abbraccia-mi)

(via piccole-amnesie-croniche)

itsparanoidqueen:

quando ero piccola ero una bambina felice

O almeno, questo è quello che dice mia madre. Sempre allegra, estroversa, mai timida. Questo fino all’asilo, dove iniziarono le prime esclusioni. Che continuarono alle elementari. Alle medie.

Mia madre mi diceva sempre che ero grassa, che dovevo mangiare meno, ma io me ne fregavo e mangiavo. Non era un problema per me. Fino a quando non ho iniziato a crescere.

Se tu avessi dovuto chiedermi come potevo descrivermi, avrei sempre riposto grassa. Non per finta modestia o ipercriticismo. Solo per un dato di fatto. Non piacevo a nessuno. Troppo timida, non bella, senza seno, senza tutte quelle cose che attraggono tanto. Preferivo stare con me stessa.

Sopravvivevo, tra delusioni e lacrime tiravo avanti. Un po’ come ogni tipica adolescente standard qualsiasi.

Poi arrivarono le superiori, ed arrivò LUI.

Lo notai subito, il primo giorno di scuola. Bello, tanto, troppo. Uno di quelli che vedi sulle copertine o nei film, con i capelli castano chiaro e gli occhi che ti tolgono il respiro. Alto, altissimo. Bello, bellissimo.

Iniziai ad informarmi su di lui. Scoprii il suo nome, scoprii che veniva dalla Polonia. Scoprii le sue passioni, ed alla fine l’occasione si presentò. A scuola ci fu autogestione, ed assieme ad un’altra ragazza con cui avevo legato iniziammo a parlare con lui. Inutile dire che lui preferì lei a me.

Però fui io, e non lei, a scrivergli su Facebook. Non so come feci. Forse un attacco di sicurezza estrema. Iniziammo a parlare, a salutarci in corridoio. Iniziò a cercarmi lui per primo. Ero in una favola, e lui era il mio principe azzurro.

La prima volta che mi chiese di uscire credevo di morire. L’occasione si presentò solo in capo a due settimane, ma a me andava bene. Era il primo ragazzo in tutta la mia vita che mi invitava ad uscire, non riuscivo a realizzare che stesse accadendo a me.

Mi baciò. Eravamo ad un parco giochi, da soli, e lui mi disse che gli piacevo. Io rimasi congelata, e lui mi chiese se poteva baciarmi. Io andai nel panico, balbettai un ‘si. no. io.. non sono capace.’ Lui scoppiò a ridere, e mi baciò. In quel momento mi squillò il telefono, ed il mio primo bacio l’ho dato come in un film. Con Hall Of Fame in sottofondo.

I giorni che seguirono furono i più belli del mondo. Avevo lui. Lui era mio. Mi cercava alle ore di buca, mi rincorreva sulle mura, mi scriveva durante le lezioni. Mi disse che ero bellissima, che non gli era mai importato di nessuna quanto gli importava di me, che era bello avermi trovata.

Era tutto luminoso come una stella cadente. Però poi la stella cadente scompare, e tu ti ritrovi abbagliata da una luce che non c’è più.

Mi lasciò in un piovoso lunedì, con un messaggio su Facebook. Non ci siamo più parlati per mesi dopo quel giorno.

Io stavo bene all’inizio, davvero. C’ero stata male, ma non più di tanto alla fine. Poi un giorno mi vennero in mente le sue parole di una sera

-Sai, c’è uno di classe mia che ha detto che gli piaci

-Davvero? Chi?

-Perché lo vuoi sapere? Tanto lui fuma, non ti interessa, e poi tu sei mia

Matteo. Ecco chi era quel ragazzo che vedevo per i corridoi a ridere. Quello che fumava sulle scale antincendio, quello che si atteggiava a bullo ma bullo non lo era affatto. Iniziai a scrivere pure a lui, dopo due mesi che Jonathan mi aveva lasciata. Iniziammo a conoscerci iniziai a prendermi una cotta. Finché..

FInché Jonathan iniziò a mettere in giro voci che io mi ero messa con lui solo per arrivare a Matteo. Dopo queste voci, lui smise di rispondermi. Iniziarono ad insultarmi, iniziarono ad arrivarmi messaggi anonimi sul telefono. Messaggi da parte di Jonathan, che dicevano che si era messo con me solo perché voleva stare con qualcun, che non sarei mai piaciuta a nessuno, che nessuno mi avrebbe mai voluta.

Le persone parlano, ma se sai che sono solo parole non ci fai caso. Il problema è quando le cose che ti vengono dette le pensi anche tu stessa in primis.

Iniziai a tagliarmi. Due mie amiche lo scoprirono. Volevano aiutarmi, ma non sapevo aiutarmi neanche era sola. Era marzo credo. Anche Matteo lo scoprì, e si scusò. Disse che era stato un cretino, che aveva creduto alle parole altrui. Io stavo male, avevo attacchi di panico, odiavo Jonathan ed allo stesso tempo ancora lo amavo con tutta me stessa e non sopportavo l’idea che prima mi volesse nella sua vita ed adesso volesse cancellarmici.

Matteo mi chiese di uscire. E tre giorni dopo si mise con una. Mi sentii morire. Continuavo a tagliarmi, mi chiedevo come avrei fatto in estate. Avevo un sacco di cicatrici sul braccio sinistro, sulle caviglie. Non sapevo cos’altro si sarebbero inventati su di me, non sapevo cosa fare. Mi sentivo un errore, e sentivo che avevano ragione ad odiarmi. Io stessa mi ero piaciuta solo quando era Jonathan a dirmi che gli piacevo.

Matteo la lasciò, e mi disse che lo aveva fatto per me. Ricominciammo a sentici, ricominciai a credere che potesse succedere qualcosa. E BAM si mise con una troia, ma troia davvero. Una che il mese prima andava con sette ragazzi in contemporanea. Una che solo a vederla per strada ti chiedevi ‘ma è vestita o cosa?’

Di nuovo ero stata scelta e poi scartata. C’è chi dice che non essere mai scelti è la cosa peggiore. Io vi dico invece che vedere ogni volta le proprie speranze andare in frantumi ogni volta è molto peggio.

Fu verso marzo che per la prima volta smisi di mangiare. Persi sette chili, ma mia mamma mi disse che ero dimagrita troppo. Mi stabilizzai attorno ai 58 chili, anche perché più in giù non riuscivo ad andare. Volevo parlare con Jonathan, ma lui scappava. Una volta lo aspettai all’uscita, e lui mi lasciò in lacrime davanti all’ingresso. Alla fine gli scrissi su Facebook, e gli dissi tutto. Gli dissi che mi ero tagliata, che avevo paura, che quando avevo perso lui avevo perso tutto. Si scusò, e la scuola finì.

L’ultimo giorno doveva essere IL GRANDE giorno. Matteo lasciò la sua ragazza, e nel pomeriggio mi scrisse. Quello fu il giorno in cui provai a fumare per la prima volta.

Era estate. Verso luglio nuovamente iniziai a rimettermi a dieta, con l’idea di arrivare a 55 chili e poi fermarmi. Buttavo del cibo di nascosto. Le cicatrici sulle braccia le coprivo come potevo, con fondotinta e cipria, e diciamo che avevo quasi smesso di farlo. Matteo mi aiutava. Poi si rimise con QUELLA.

Andai ad un campeggio che doveva aprirmi una nuova strada. Non conoscevo nessuno, se non la mia ex migliore amica delle elementari, Bianca. Arrivata al campeggio della GMG scoprii che in realtà conoscevo anche un gruppetto, formato da alcuni ragazzi che erano stati alle medie con me. Feci da tramite per l’inserimento di Bianca nel gruppo, ma lì iniziò il dramma. Lei entrò, mentre io non venni mai accolta. Mi tiravano dietro come zavorra, solo perché Bianca andasse con loro. Perché no? Lei era ciana, spigliata, aperta, divertente. Ci sapeva fare con i ragazzi. Marco, Samuele e Daniel, questi i loro nomi. Io mi ero presa una minicotta per Daniel. Ma al terzo giorno, loro due si stavano già allegramente sbaciucchiando.

Ero distrutta. Avremmo dovuto dormire tutti assieme, ma io con loro non potevo stare. Non avevo dove dormire, non avevo amici, non avevo nessuno. Scappai. Iniziai a graffiarmi le braccia, era buio, nessuno vedeva niente, ero sola e volevo solo farmi del male, far passare il dolore dentro. Matteo non mi voleva, Daniel non mi voleva, Jonathan mi aveva buttata via,  prima di loro c’era stato Alberto e prima ancora Luca. Nessuno che mi avesse scelta, nessuno a cui fossi andata bene. Lì iniziai con fermezza a smettere di mangiare.

La mattina dopo mi chiesero che avessi fatto alle braccia. Dissi che mi aveva dato allergia l’erba sulla quale alla fine ero andata a dormire, e che mi ero grattata.

Nulla era più come prima.

Avevo fatto tutto per loro, per farmi accettare. Loro fumavano, anche io avevo iniziato a fumare. Parlavano di certi argomenti, si comportavano in un certo modo, ed anche io mi omologai. Mi sentivo così stupidamente deliziata all’idea di ESSERE IN UN GRUPPO che cercavo di ignorare il fatto che stessi tutta la sera da sola con una sigaretta tra le dita, a fissare il profilo di Daniel nel buio ed a pensare.

Dopo quello cui fu un altro campeggio, ed anche lì stessa storia. Mi portai dietro Bianca, che si integrò subito. Io rimasi in disparte, troppo insicura e troppo timida e non abbastanza bella e non abbastanza  magra. Anche allo scorso campeggio mettermi in costume era stato un dramma, poi fortunatamente mi venne il ciclo e ebbi una scusa per non farlo.

Ci fu una foto, scattata da mio padre. Fu allora che mi vidi. Ero enorme. Enorme. Non potevo farci nulla se ero nata brutta, ma almeno non sarei più stata chiamata grassa.

Arrivai a 55 chili con un po’ di sforzo, ma allo specchio non cambiava nulla. Matteo mi riscrisse. Mi disse che aveva capito che ero l’unica che veramente teneva a lui, che era stato un cretino, che non sarebbe mai più successo come in passato. Io ripensavo alla sua classe che mi guardava con odio, alle parole cattive, ma mi dicevo ‘assieme supereremo anche questo’.

Il giorno prima dell’inizio della scuola mi scrisse ‘forse è meglio che rimaniamo solo amici’. Lo odiai, non potete sapere quanto lo odiai e quanto odiai me stessa perché anche stavolta non ero riuscita a tenermelo.

Mi misi come obbiettivo 53 chili. Una mia compagna, che cercava di dimagrire nello stesso mio modo, lo sapeva, e collaboravamo coprendoci a vicenda. Rividi Jonathan, e come un segno venimmo assegnati nella stessa classe di laboratorio. C’è chi non crede nel destino, ma ammetto che quanto mi torna comodo io interpreto i segni come qualcosa di prestabilito.

Ero innamorata. Potevo fingere od ignorarlo o prendermi cotte per tutti ragazzi che volevo, ma era bastato rivederlo che avevo mandato tutto a fanciullo. Lo volevo. Volevo lui, lui solo. Un giorno all’uscita gli scrissi, gli dissi che dovevo parlargli. Mi aspettò all’uscita, e glielo dissi. Lui mi disse che se mi faceva stare bene avevo fatto bene a dirglielo, e se ne andò, lasciandomi sola e portando si via ogni speranza.

Non avevo più scelta. Volevo dimagrire, volevo essere bella, volevo che qualcuno mi cercasse, volevo che LUI mi cercasse di nuovo. Da settembre iniziai a vomitare. Vomitavo tutte le sere, dopo cena. I 53 chili arrivarono, ma non era abbastanza.

Finché mia madre  non mi pesò.

Era già un po’ che mi stressava che stavo dimagrendo troppo, ma le dicevo che non era vero. Ma quando sulla bilancia lesse ‘52 kg’ mi portò dritta da una psicologa ed un medico. La psicologa si rivelò una perfetta incapace, che tutt’ora mia madre odia per non aver capito che mi stava solo lasciando andare avanti per la strada che avevo preso.

Iniziò a controllarmi a tutti i pasti, a costringermi a mangiare. Scoprì che vomitavo, ed iniziò a venire in bagno con me. Nonostante tutto, io dimagrivo. Iniziai a restringere sempre di più le quantità, che però erano enormi ugualmente. Arrivata a 50 chili, non avevo più un obbiettivo. Volevo solo scendere, scendere il più possibile fino a quanto fossi riuscita ad arrivare. Così si andò avanti fino a capodanno, quando i miei mi diedero il permesso di andare ad una festa organizzata dal ragazzo di una mia amica. Eravamo pochi, e tra loro c’era anche Jonathan. Ci speravo, speravo che quella sera, tra alcol e roba varia (erba soprattutto. In quei mesi non ci ero affatto andata leggera) finalmente mi avrebbe baciata di nuovo. Sognai quella scena tante e tante volte nei giorni precedenti. Comprai il mio primo vestito, e mia madre mi aiutò a prepararmi. Ricordo che mi costrinse a mangiare un pezzo di sformato con la minaccia di non farmi uscire, perché non si fidava che avrei mangiato. Cosa che non feci, infatti.

Prima che mi scoprisse stavo bene. Digiunavo tranquillamente tutto il giorno fino a cena, dove vomitavo, e non sentivo né fame né sofferenze.

Da capodanno iniziò l’inferno. Fu quella sera che capii che a Jonathan non importava più nulla di me, forse solo se fossi morta mi avrebbe rivista. Quindi cercai di morire, probabilmente.

A Gennaio fui presa dalla depressione, che mi perseguita ancora oggi dopo cinque mesi. I medici dicono che la avevo già prima, ma a gennaio divenne molto più pronunciata. Mia madre mi portò da una nutrizionista, bravissima e che io ancora oggi stimo molto. Ma dopo tre settimane rinunciò, dovendo che io continuavo a restringere sempre di più le porzioni. Oramai a cena arrivavo a stento ad un cucchiaio di ogni cosa che mi veniva servita, e poi andavo nel panico. Iniziavo a piangere ed urlare e dire che ero una persona orribile, che non dovevo e che mangiavo troppo. Se solo avessi saputo cosa mi attendeva.

Quella della clinica era una minaccia che mi rivolgevano spesso, ma era come un’idea lontana. La nutrizionista mi passò diretta all’ospedale. Pesavo 43 chili allora.

La sera mi rifiutavo di mangiare, ma i miei urlavano e dicevano che mi avrebbero portata diretta all’ospedale dove mi avrebbero nutrita a forza. Mio fratello mi guardava, ed io morivo. Mi tagliavo di nuovo, ma stavolta stavo ben attenta che nessuno se ne accorgesse.

Avevo sempre freddo, congelavo. A scuola stavo sempre attaccata ai termosifoni anche durante le lezioni. Non parlavo, non uscivo, non avevo più la forza di fare nulla. Prima facevo un sacco di ginnastica per bruciare, mi facevo anche 10 km a piedi per tornare  a casa da scuola invece di prendere l’autobus. Adesso non ce la avrei fatta neanche in tre ore. Speravo solo che Jonathan mi dicesse di fermarmi, ma ovviamente lui non lo fece. A scuola passai il primo quadrimestre con la media dell’8.

A metà febbraio iniziarono a portarmi all’ospedale ogni giorni a farmi le flebo. Pesavo 42.8, e mi dissero che stavo morendo. Alla fine, fecero la richiesta per farmi entrare qui nella clinica, dove sto da due mesi e mezza ormai.

Alla minaccia del sondino ho iniziato a mangiare, perché sapevo che avrebbero potuto immettere dentro di me anche 3000 kcal al giorno senza che potessi farci nulla. Adesso non solo questione di non voler mangiare per non riprendere peso, è questione di NON MANGIARE PERCHE’ MI ANGOSCIA, MI TERRORIZZA, NON LO VOGLIO. Non lo voglio.

E la sapete una cosa? Nonostante io mi senta in colpa per non essere peggiorata abbastanza, ogni volta che qui su tumblr vedo una ragazza che ragiona come ragiono io, cerco di aiutarla. Ma non riesco ad aiutare me.

Questo post lunghissimo che nessuno leggerà è un riassunto della mia storia. Non deve piacervi o meno, sono solo le cose come stanno.

green-mystic:

serpentineflesh:

Ritual Tools - https://weheartit.com/entry/129435148

The owner of this picture is eirecrescent, not We Heart It.

(via thedruidsforest)

Marco era un mio compagno fi classe. Uno di quelli che ‘contano’.
Commisi l’errore di prendermi una cotta per lui in prima media, ma il mio sogno d’amore immaginario venne brutalmente distrutto dalla sua assoluta indifferenza nei miei confronti. Mi duró poco, comunque.
La scorsa estate lui faceva parte del gruppo con cui uscivo. L’unico a cui, forse, importasse qualcosa di me.
Era uno di quelli che avevano sempre da mettersi in mostra, ma in fondo era la persona migliore di tutti loro. Faceva ridere, ma riuscivi a farci un discorso serio.
Si mise con Bianca, la mia ex migliore amica. Ma finì, ed adesso entrambi stanno con altri.
Non lo sento da un anno ormai.

Anna ha i capelli uguali ai miei, ma per qualche assurda causa su di me sembrano biondi e su di lei rossi. Ha gli occhi castani, ma sono dolci ed espressivi.
Ha un cervello che è il doppio di quello che ti aspetteresti da una ragazza di 15 anni, e sa disegnare qualunque cosa in modo iperrealistico. Diciamo che spesso le mando messaggi minatori per l’odio profondo che provo verso le sue qualità.
È stata la prima ed unica ragazza per la quale mi sia presa una cotta. Anche se non sentivo desiderio fisico di lei, NE AVEVO BISOGNO.
È difficile da spiegare. Ne ero attratta, punto e basta.
Lei lo sa, adesso.
Ma Anna è un mistero troppo complicato, e se ti ci immergi rischi di perdere irrimediabilmente la testa per lei.

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAA no aspetta AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAA stai attenta con i desideri, c’è il rischio che si avverino.

35. Dove ti vedi tra un anno?

Deh.. bella domanda.
Mentirei se dicessi che nella mia vita vedo solo questa malattia. Non aspiro a rimanere per sempre 3 giorni su 7 in una clinica psichiatrica.. ma ogni volta che immagino il mio futuro, ‘mangiare’ non lo contemplo neanche lontanamente. Non lo faccio apposta, succede e basta!
Tra un anno spero di sentirmi felice, ecco tutto. Anche se di questo passo, tra un anno mi sentiró molto defunta causa suicidio.

ilmiosognoneituoiocchi:
Io seguo il tuo blog perché mi piace quello che pubblichi e potresti piacermi anche come persona. All'inizio lo trovai grazie alla tua storia; se hai bisogno di uno sfogo ci sono. c: un abbraccio forte forte♥

Aw ma grazie ♡

Colore preferito: oh sinceramente non lo so D: in generale i colori freddi e il nero, peró anche il rosso, quel rosso violento che sembra sangue

Migliore amica: ne ho due. Tol, che ho conosciuto alle medie, e Giulia, che abita a Milano ed ho conosciuto tramite internet anni fa e.e

Numero di scarpa: 40 credo (lo so ho un metro di piede :c )

rashadsays:

Put your open lips on mine and slowly let them shut, for they’re designed to be together. 

lesfumaturedelmare:

lecosechenonglidiromai:

deepinmyboness:

sorreggimi:

La starò rebloggando tipo una volta al giorno ed è poco.

Questa canzone mi fa sempre piangere

🎀💎

(via fasialterne)